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GenitorialitàArticolo

Quando proteggere troppo diventa un rischio

Il millepiedi e i figli che non imparano a camminare da soli

Illustrazione ad acquerello di un genitore che lascia la mano di un bambino mentre cammina

C'era una volta un millepiedi che camminava nel mondo con naturalezza, agile e sicuro. Un giorno un calabrone gli chiese:

«Come fai a muovere contemporaneamente tutte quelle zampe?»

Da quel momento il millepiedi iniziò a pensarci. Cercò di controllare ogni movimento, ogni passo, ogni zampa. E finì per non riuscire più a camminare.

Questa breve storia racconta una verità profonda: ciò che cresce spontaneamente può bloccarsi quando viene sottoposto a un controllo eccessivo.

Oggi assistiamo a un fenomeno che riguarda sempre più spesso la genitorialità. Molti genitori, mossi dall'amore e dal desiderio di proteggere i propri figli, cercano di eliminare qualsiasi ostacolo dal loro cammino. Intervengono prima che il bambino possa sbagliare, risolvono i problemi al suo posto, evitano ogni delusione, ogni frustrazione, ogni dispiacere.

L'intenzione è nobile: far soffrire il meno possibile il proprio figlio. Il risultato, però, può essere molto diverso.

La crescita psicologica non avviene in assenza di frustrazione, ma grazie a una frustrazione tollerabile, accompagnata dalla presenza rassicurante di un adulto. È proprio affrontando piccole difficoltà che il bambino scopre di essere capace, sviluppa fiducia nelle proprie risorse e costruisce resilienza.

Un bambino a cui viene continuamente spianata la strada rischia di diventare un adulto che, al primo ostacolo, dubita di sé. Come il millepiedi, potrebbe iniziare a pensare troppo a ogni passo, invece di fidarsi delle proprie capacità.

La nostra epoca sembra aver trasformato la protezione in un valore assoluto. Ma proteggere non significa sostituirsi. Amare un figlio non significa evitargli ogni sofferenza; significa aiutarlo a scoprire che può affrontarla senza esserne distrutto.

Le frustrazioni della vita non sono il nemico dello sviluppo. Sono, entro limiti ragionevoli, il terreno su cui crescono l'autonomia, la sicurezza e la capacità di affrontare il mondo.

Forse il compito più difficile di un genitore non è impedire al figlio di cadere, ma restargli accanto mentre impara a rialzarsi.

Un figlio non ha bisogno di un mondo perfetto. Ha bisogno della fiducia che, anche quando il mondo sarà imperfetto, avrà dentro di sé le risorse per continuare a camminare.

Dall'educazione alla protezione

Negli ultimi decenni abbiamo assistito a un cambiamento silenzioso ma profondo. Per secoli il compito dei genitori è stato preparare i figli alla vita. Oggi, sempre più spesso, sembra diventato quello di preparare la vita ai figli.

È una differenza enorme.

Quando un bambino litiga con un compagno, molti adulti intervengono immediatamente. Se prende un brutto voto, la colpa è dell'insegnante. Se un allenatore lo lascia in panchina, si protesta. Se prova tristezza, noia o delusione, si cerca subito di eliminare quelle emozioni.

Ma la vita non funziona così.

La vita non assegna sempre voti giusti, non premia sempre il merito, non ci comprende sempre e, soprattutto, non ci risparmia il dolore.

Se un bambino cresce senza fare esperienza della frustrazione, non sviluppa gli strumenti per affrontarla. È come vaccinarsi: una piccola esposizione permette all'organismo di imparare a difendersi. Anche la psiche ha bisogno di una sorta di «vaccino emotivo»: piccole delusioni, piccoli fallimenti, piccole attese.

Naturalmente questo non significa lasciare il bambino solo davanti alle difficoltà. Significa esserci senza sostituirsi.

Il messaggio che trasmettiamo

Il genitore che risolve tutto trasmette, senza volerlo, un messaggio pericoloso: «Da solo non ce la fai.»

Il genitore che accompagna, invece, comunica: «Io sono qui, ma credo che tu possa riuscirci.»

Questa è la radice dell'autostima.

L'autostima non nasce dall'essere continuamente rassicurati, elogiati o protetti. Nasce dall'aver affrontato qualcosa di difficile e dall'essersi scoperti capaci di superarlo.

Forse il più grande regalo che possiamo fare ai nostri figli non è una strada senza ostacoli, ma la fiducia che possiedono le risorse per affrontare gli ostacoli che inevitabilmente incontreranno.

In fondo, educare significa questo: avere il coraggio di lasciare che il bambino faccia qualche passo da solo, sapendo che ogni piccolo inciampo, se vissuto in un clima di affetto e sicurezza, non è un fallimento dell'educazione, ma uno dei suoi strumenti più preziosi.

I figli non diventano forti perché non cadono mai. Diventano forti perché imparano che ogni caduta può trasformarsi in un'occasione per rialzarsi.

A cura di

Dott. Alessandro Papagni

Psicologo · Psicoterapeuta

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